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 Riflessioni 24 - 30 novembre 2025 Tu non devi fare regali di Natale, non devi comprare nulla al Black Friday. Nessuno ti chiede di uscire il sabato sera, né di riempire l’agenda per sentirti vivo. Sei libero da impegni e vincoli non scelti. Il tuo unico compito è far scorrere in modo fluido la quotidianità: lavoro, casa, interessi, qualche scambio sui social, spesa e alimentazione, una struttura emotiva domestica essenziale. L’insieme di tutto questo deve farti stare bene e farti sentire appagato. Questa forma di vita ti porta a riflettere molto su di te e sulla tua storia, a provare routine e modificarne altre, a far entrare persone in punta di piedi ed escluderne altre. Una cosa però ti è chiara: devi respirare. Non vuoi persone, situazioni o cose che ti tolgano aria. _____________________________________ A volte ti senti insicuro, con quella che si definisce banalmente paura di non farcela. Ormai la conosci: si presenta in forme diverse e in momenti precisi della giornata. Non...
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Riflessioni 16-23 novembre Superare la nostalgia Ieri e ieri l’altro eri a Roma. Un concerto, il quartiere delle tue serate, la sensazione di essere nel tuo elemento, con chi ha condiviso con te emozioni, film, alcol, arte. E basta poco perché la nostalgia ti salga addosso: torni nel paese dove vivi e tutto appare più stretto, più semplice, più prevedibile. Qui si beve, si parla di politica e di sport, di quanto si è mangiato bene in quel locale e pagato il giusto, si frequentano eventi culturali medi o accademicamente ingessati che servono più a sentirsi colti che a nutrirsi davvero. E in quel momento rischi di dimenticarti ciò che sai su te stesso: che la tua è una malattia che conosci, la guardi in faccia, la studi ogni giorno. Gli altri no. Gli altri curano la loro come possono, e in un paese piccolo lo fanno così, come è sempre stato. In una città grande, invece, si vive circondati da antidoti culturali più raffinati, ma con lo stesso cibo e lo stesso alcol usati come anestetici d...
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  Ormai ti è sempre più chiaro: passi le giornate a calmare la tua mente come si fa con un bambino piccolo che ha bisogno di essere distratto. Da cosa? Non importa, ora non giudicare, descrivi. Come un bambino piccolo, al tuo cervello non puoi dare tutto ciò che chiede, altrimenti si vizia e diventa ancora più capriccioso. Come si fa a far star bene un bambino senza viziarlo e senza farlo diventare ancora più inquieto e capriccioso? In realtà cosa stai facendo? Stai calmando o anestetizzando la tua mente? Non giudicare, descrivi soltanto. Ti svegli presto, alle cinque. Ormai l’hai impostata così, sembra funzionare. Fai la doccia, prendi un caffè e ti siedi al computer. Lavori, ricerchi, scrivi, con la musica in cuffia. Ti senti appagato. Appagato o anestetizzato? Non giudicare, descrivi. Stamattina correggi i compiti. Correggere i compiti era una pratica noiosa. Adesso invece tutto ciò che fai al computer alle cinque del mattino è “bello”: correggi, poi cambi, rispondi a un comment...
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estratti da un quaderno del 2009 Frammenti d’amore (Ma su di lei? Avanti, chi sa dirmi qualcosa su di lei?) Parlare di te è come voler aggiungere qualcosa all’infinito. Ho le tasche piene di pietre. Le ho scelte accuratamente una ad una. La prima te la tiro in un occhio, la seconda contro la fronte, la terza spero ti colpisca il naso. Non preoccuparti. Se perdi sangue dal naso ti porgo il mio fazzoletto. Se in fronte si forma un bernoccolo lo medichiamo con un po’ di ghiaccio. Se l’occhio ti fa male lo bendiamo. Perdonami sono un po’ rozzo. Tu mi hai tolto il sonno di notte e lo spirito di giorno. Io invece raccolgo pietre che il dolore mi fa immaginare come le lacrime di tutti gli innamorati indurite dal tempo. Ma su di lei? Avanti, chi sa dirmi qualcosa su di lei? Tu non esisti. Ho controllato in agenda, il tuo numero non c’è. Ho scritto il tuo nome su un muro, la parete è rimasta bianca. Ho chiesto informazioni in giro, nessuno sa niente di te. Eppure ho ammira...
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  Chi sono? È una domanda che ritorna, ma oggi la sento diversa. Non come ricerca di un’identità stabile, piuttosto come esigenza di equilibrio. Mi sto osservando mentre metto a posto le fasi della mia giornata e del mio ciclo settimanale, cercando di capire che cosa mi dà aria e che cosa me la toglie. Non è un esercizio di efficienza, ma un tentativo di riconoscermi nei miei stessi gesti: capire quali momenti mi fanno sentire pieno e quali invece sono solo riempitivi. Ma tutto questo ha senso solo se inserito in un contesto che non è più quello in cui sono cresciuto — la narrazione che per anni ha offerto un orizzonte ma che oggi percepisco anche come una possibile fonte di disorientamento. Il mio contesto di senso è ciò che sento di essere e ciò che, con misura, vorrei diventare. Oggi sento di voler vivere in uno spazio tra superficialità e profondità, uno spazio che dia luce al mio vivere. Lì molte cose passano e sembrano non lasciare traccia, ma in realtà vengono filtrate, elab...
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 Siamo tutti malati. Non nel corpo, ma nel modo in cui la società ci prende le misure e ci confeziona un dolore di serie, per poi venderci l’anestesia a rate: cibo consolatorio, alcol, fumo, schermi, scommesse, tifoserie. Li chiamiamo “piaceri”, perché senza di loro — ci dicono — si vivrebbe una vita triste; in realtà sono leve neuro-chimiche che smorzano il rumore di fondo. Infine i “valori”: non etichette morali, ma i pilastri che danno forma al giorno — soldi, lavoro, famiglia, svago. Sono il telaio che organizza gli orari, orienta l’identità, sincronizza gli ormoni con gli impegni. Possono essere fondamenta o gabbia: dipende dall’uso e dall’idea che ci abita. Io l’ho capito quando ho cominciato a scardinare l’intero contesto, vite e credenze comprese. Per anni ho creduto che il senso fosse trovare un buon lavoro, mettere su famiglia, coltivare interessi. Intanto, però, a tenermi in vita erano le micro-anestesie quotidiane: il cibo che consola, il caffè, il bar, le passeggia...
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  Saper leggere i propri ormoni Siamo organismi chimici, e il nostro benessere dipende dall’intesa — mai stabile ma continuamente rinegoziata — tra serotonina, dopamina e ossitocina, sotto il controllo vigile del cortisolo, l’ormone che regola la nostra soglia di attivazione. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni abitudine agisce su di essi e, nel farlo, ne subisce a sua volta gli effetti. Alle 5:30 del mattino sono qui al computer: il caffè apre la finestra dopaminica attraverso quel meccanismo neurochimico che ho descritto altrove, e per circa un’ora e mezza vivo un senso di pienezza produttiva, una concentrazione limpida, non euforica ma perfettamente centrata. Poi, tra le 7:30 e le 8:00, l’onda si ritira. Non è una questione di orari o di obblighi: la scuola, per me, è un contesto riconosciuto come significativo, e quindi mantiene viva la motivazione; il bar, ad esempio, a quell’ora, è invece un luogo che il mio cervello legge come vuoto, privo di senso. Quando l’effetto della dop...