Riflessioni 24 - 30 novembre 2025

Tu non devi fare regali di Natale, non devi comprare nulla al Black Friday. Nessuno ti chiede di uscire il sabato sera, né di riempire l’agenda per sentirti vivo. Sei libero da impegni e vincoli non scelti.
Il tuo unico compito è far scorrere in modo fluido la quotidianità: lavoro, casa, interessi, qualche scambio sui social, spesa e alimentazione, una struttura emotiva domestica essenziale. L’insieme di tutto questo deve farti stare bene e farti sentire appagato.
Questa forma di vita ti porta a riflettere molto su di te e sulla tua storia, a provare routine e modificarne altre, a far entrare persone in punta di piedi ed escluderne altre.
Una cosa però ti è chiara: devi respirare. Non vuoi persone, situazioni o cose che ti tolgano aria. _____________________________________

A volte ti senti insicuro, con quella che si definisce banalmente paura di non farcela. Ormai la conosci: si presenta in forme diverse e in momenti precisi della giornata. Non ti spaventa più, anzi la accogli, ma ora hai deciso di superarla una volta per tutte.
Ti rendi conto che forse hai passato la vita a proteggerti da questa insicurezza, costruendoti un’identità. Ma anche l’identità può diventare fonte di insicurezza, perché non vuole essere messa in discussione. Così hai cercato sicurezza all’esterno: nelle persone, nelle condizioni materiali.
Oggi però sai che la sicurezza può dipendere solo da te, e che l’esterno può al massimo rafforzarla. E sai anche che un’identità ti sostiene davvero solo quando la senti tua e non ha bisogno di approvazione. _____________________________

Ospiti
Non hai mai creduto davvero in una coscienza, in un io che precede il mondo e con esso dialoga. E continui a non crederci, sul piano gnoseologico. Ma, a livello esistenziale, senti di venire prima di tutto. Le persone con cui vivi, i tuoi studenti, i tuoi interessi, perfino i tuoi pensieri e le tue emozioni, sono ospiti. Li accogli, li fai entrare, ma in quanto ospiti devono essere gentili con te. _____________________________

Quasi ti vergogni della banalità dei tuoi pensieri, e non ti consola nemmeno sapere che non sono “tuoi”, ma semplici prodotti della mente. Non ti hanno mai davvero aiutato a capire: si presentano con insistenza, pretendono attenzione, ma tu ne riconosci solo la pochezza e desidereresti altri pensieri, con cui misurarti. Invece tornano sempre gli stessi.
E guardandoti indietro hai l’impressione di aver prodotto, per tutta la vita, solo pensieri banali. Forse, però, quei pensieri sono l’ultima illusione che ti protegge, l’ultimo baluardo contro la tua malattia. E allora, più che denigrarli, dovresti quasi ringraziarli.

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Anche nella realtà virtuale ti allontani sempre di più dal centro. Eviti gli argomenti più discussi perché appena entri in gioco senti il dovere di dire la tua. Non c’è nulla di sbagliato, è così che funzionano i social, ma questa dinamica non ti rappresenta più. Non ti va nemmeno di discutere dei film più divisivi. Quello che ti interessa, sempre di più, è entrare dentro di te.
Ieri dovevi scegliere se vedere Panahi o i Dardenne, due cinema che ami molto. Ma poi ti sei detto che i Dardenne non li ami soltanto: il loro cinema è uno dei fondamenti del tuo sguardo sul reale. Da trent’anni quella fatica di vivere che i due fratelli belgi attaccano sulla pelle dei loro protagonisti è anche il tuo modo di vedere il mondo. È una fatica che non nasce solo dalle condizioni materiali, ma da come queste si intrecciano con la stanchezza esistenziale, con quella malattia dell’uomo moderno che senti anche tua.
È questo il cinema sociale che piace a te: non quello che si limita a rappresentare la realtà, ma quello che interroga la verità. Così, davanti a Giovani madri, hai pianto, pur avvertendo che il film non scorre fluido, che c’è qualcosa di costruito. Ma questo riguarda il giudizio critico. Qui stai parlando di vita vera, e la vita vera i Dardenne te la fanno entrare dentro anche nei loro film meno riusciti.

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