Guardare fuori di me
Verso un’indagine dei rapporti umani oltre le narrazioni sociali

Dopo aver messo ordine nel mio mondo interiore, sostenuto da due pilastri che si stanno rivelando centrali per il mio equilibrio, la scuola vissuta come spazio mentale e progettuale e quella che nel mio lessico personale ho imparato a chiamare “letteratura obliqua”, sento che è arrivato il momento di rivolgere lo sguardo verso l’esterno, verso il mondo delle relazioni che si muove attorno a me. Quando parlo di scuola, non intendo in primo luogo un luogo fisico o un insieme di mansioni, ma un universo di pensieri che mi accompagna ogni giorno: ore dedicate a risolvere quesiti delle gare e di approfondimento, a produrre materiali didattici, a immaginare e riformulare strategie educative, a riflettere sui rapporti con i ragazzi, sulle dinamiche dell’apprendimento, sulla crescita. E accanto a questo, l’altro pilastro che negli ultimi mesi ha preso forma e si è consolidato come risorsa quotidiana: quella letteratura obliqua che accompagna le mie giornate e i miei pensieri con testi che aprono varchi laterali, che si insinuano nella mente in modo trasversale e discontinuo, che non raccontano ma agiscono, che non spiegano ma evocano, lasciando lo spazio per un lavoro interiore silenzioso e continuo.

Eppure, in questo periodo, sento il bisogno di allargare il campo e dedicare attenzione al mondo esterno, quello fatto di relazioni concrete, visibili, tracciabili: la mia famiglia, gli amici vicini e lontani, i conoscenti, le persone con cui condivido spazi e abitudini, anche solo per un saluto o una parola, e naturalmente la scuola nella sua dimensione fisica, fatta di volti, corridoi, orari, scrutini, consigli di classe, riunioni, rapporti con i colleghi e con gli ambienti scolastici. Tutto questo costituisce un tessuto relazionale che finora ho abitato in modo naturale ma che ora vorrei osservare da un’altra prospettiva, smascherando le narrazioni sociali e culturali che di solito lo inquadrano e lo organizzano.

Già il modo in cui descriviamo ciò che ci circonda parla di una separazione tra interno ed esterno, tra sé e mondo, tra ciò che si elabora nel silenzio della mente e ciò che prende forma nella rete delle interazioni. Eppure mi chiedo quanto queste categorie siano nostre, profonde, e quanto invece siano prodotti culturali assorbiti senza accorgercene. Dentro di noi, nei nostri geni, nei nostri ormoni, come funziona davvero questa distinzione? Che cosa accade in profondità quando incontriamo, parliamo, ci relazioniamo?

Spesso si parla del bisogno di socialità, ma cosa significa socialità per il nostro corpo, per la nostra struttura biologica? Io continuo a fare riferimento all’uomo del paleolitico, che considero una chiave di lettura irrinunciabile perché è lì che si è formato il nostro assetto genetico, ed è in quella cornice che provo a leggere i miei stati d’animo, le mie reazioni, i miei bisogni. Forse, a ben guardare, quello che cerchiamo negli altri non è visibilità o conferma, ma protezione, continuità, un senso di conservazione e stabilità. Forse dovremmo ricominciare a vedere le persone attorno a noi come alleate, come presenze che contribuiscono a mantenerci vivi, stabili, sicuri, più che come figure da cui trarre approvazione, conforto o stimoli.

Non è questo il momento per entrare nel dettaglio, non è questo il post in cui voglio trarre conclusioni. Voglio solo lasciare traccia di un’intenzione, dire a me stesso che ho bisogno di riflettere con più attenzione sui miei rapporti con gli altri, con il desiderio di andare oltre le rappresentazioni ricevute, di osservare con sguardo nuovo le narrazioni che agiscono sotto traccia come fossero evidenze, e di provare, per quanto possibile, a ritrovare un contatto con la mia natura originaria, essenziale, forse più vera.


Figura con testa alata (La caduta di Icaro) - Odilon Redon



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