📌 domenica – parole libere della sera
Tifare per qualcosa, abitare un mondo: dalla Fiorentina a Paolini, il Papa e i fumatori
Quanto è importante lo sport? E quanto è importante il tifo?
Da quando avevo sette anni tifo Fiorentina. Tifo Fiorentina perché mia sorella studiava a Firenze, e da bambino quella città lontana, evocata nei suoi racconti, è diventata per me un simbolo, un colore, un’idea da abbracciare.
Da lì è partito un meccanismo di identificazione che dura ancora oggi. Un legame che va oltre la logica, oltre l’utilità. Mi emoziono, soffro, gioisco per quei colori — senza che ci sia un tornaconto personale, semplicemente perché mi sento parte di quel piccolo mondo.
Ed è proprio questo, credo, il punto: per essere felici bisogna abitare un proprio mondo, un mondo in cui ci si immerge e ci si perde, ma da cui si esce arricchiti. Un mondo che ha senso in sé, senza bisogno di giustificarsi.
Ricordo le lezioni di Estetica del professor Giuseppe Di Giacomo, a Roma, che hanno lasciato un’impronta forte nel mio modo di vedere le cose. Parlava della differenza tra epica e romanzo: nell’epica gli eroi vivono nel senso, nel romanzo invece devono cercarlo, costruirlo. E nei romanzi di Dostoevskij i protagonisti vanno ancora oltre: vivono nel non senso, e solo attraversandolo possono provare a toccare, a intuire un nuovo senso possibile.
Ecco, io vivo così. Abito il non senso dell’esistenza, ma attraverso alcune narrazioni — il mondo viola, la scuola, la matematica, le relazioni, lo sport — cerco senso. Non come certezza assoluta, ma come direzione, come mondo da vivere pienamente.
Anche la vittoria di Jasmine Paolini ci ha emozionati come italiani. Ci siamo identificati in lei: nella sua umiltà, nella determinazione, nel suo sorriso un po’ incredulo. ed ovviamente nel suo essere italiana Ed ecco che l’italianità diventa un’altra forma di identificazione: ci sentiamo parte di qualcosa che ci rappresenta, che ci fa dire “noi”. Non è mero patriottismo: è bisogno umano di appartenenza.
Anche il papa, anche il fumo, anche certe scelte di vita rispondono alla stessa logica.
Il potere della Chiesa di Roma, ad esempio, non si basa su eserciti o armi, ma sulla sua capacità di incarnare un’identità. È un potere spirituale, sì, ma anche materiale, perché l’identificazione genera coesione, struttura, forza.
E perfino chi smette di fumare spesso lo fa perché inizia a vedersi come una persona diversa: una persona libera, capace, centrata, non più prigioniera di un automatismo che non è più una valvola di sfogo ma un tappabuchi.
Tutti noi, in fondo, cerchiamo un’identità in cui riconoscerci. Cerchiamo mondi da abitare che abbiano senso per noi. Che siano una squadra, una lingua, una città, un gesto quotidiano. E forse la felicità non è altro che questo: trovare un piccolo mondo che ci somigli, e restarci dentro, a lungo, finché ci fa bene.

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